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Pubblichiamo di seguito l'intervista esclusiva al percussionista Antonio Buonomo, pubblicata anche sul nostro forum nella sezione interviste.. Buona lettura!!

ALCUNE DOMANDE AD ANTONIO BUONOMO

A cura di J.Z. (ChereKhan) ed E.G. (L'upo nero)

Accostarsi alle percussioni è un atto di passione, ma spesso anche di coraggio, specie in una banda. Gli strumenti si scaldano prima di suonare, mentre il percussionista deve stare fermo perché "fa confusione". Quindi si passa all'accordatura, e il percussionista ancora una volta disturba. Il "tamburino della banda" difficilmente si toglierà di dosso questo nome. Eppure senza la parte ritmica cosa resta di una marcia? O di un'ouverture? O del dixiland? Ovvero, come si può riuscire a equiparare nel comune sentire uno strumento a percussione con uno a fiato o a corda?

La forza d’animo di scegliere una sezione strumentale così numerosa ed eterogenea, viene dalla consapevolezza di studiare strumenti che rappresentano il cuore di qualsiasi complesso musicale. Il percussionista se sa preludiare non disturba anzi, a volte, attira su di sé l’attenzione degli altri per la sua bravura. Se gli strumenti melodici nella fase di riscaldamento, che precede l’esecuzione, suonano scale, arpeggi, o “soli”, tratti dal repertorio lirico-sinfonico (non sempre in linea con il brano che stanno per eseguire), il percussionista deve “inventarsi” brevi toccate di una o due misure nelle quali è condensata tecnica, ritmica e interpretazione. Queste brevissime toccate, rappresentano un momento di esplosione tecnica da usare per preludiare (e per esibirsi) nei momenti che precedono l’esecuzione. Cosa resta di una marcia, di un'ouverture, ecc. senza la parte ritmica? Abu Alì Ibn-Sina (filosofo medico e musicologo persiano d'epoca medievale, definito "il principe dell'insegnamento") afferma: “Il ritmo è la misura del tempo per mezzo della percussione. Se la percussione è fatta con i suoni, il ritmo è musicale; se è fatta con le parole, il ritmo è poetico”. Senza la parte ritmica la musica è qualcosa di astratto alla quale manca l’anima e nel “comune sentire” c’è ancora molta prevenzione e ignoranza verso strumenti che, fino a poco tempo fa, erano considerati i “parenti poveri” dell’orchestra, per poterli accostare a strumenti a fiato o a corda.

Le percussioni a suono indeterminato sono generalmente considerate una base per il resto della musica, una tavola sulla quale gli altri dipingono. In alcuni casi mi è capitato però di sentire batteristi suonare lasciando immaginare un ritmo di base e ricamando sulla melodia. Ovvero, quanto è preferibile una cadenza precisa ma codificata a una più aleatoria ma sicuramente personale?

Bisogna premettere che molti strumenti a percussione (tra cui lo stesso tamburo) sono ritenuti erroneamente a suono indeterminato. Nel DVD “La scuola di percussioni e batteria” ho dimostrato che la batteria si può accordare con le note di un accordo e che, percuotendo nel modo giusto un tamburo ben accordato, si ottiene un FA all’ottava sopra di quello della cassa. Premesso, quindi, che con le percussioni si possono realizzare tutte le componenti della triplice radice musicale, ossia ritmo, melodia e armonia, un batterista può benissimo lasciare la cadenza ritmica di base agli altri strumenti della sezione ritmica, come il pianoforte e il basso, e dedicarsi (se ne è capace) alle varianti ritmiche e melodiche, oppure sottolineare gli accenti principali del brano con la cassa e proporre delle improvvisazioni ritmiche sulla melodia. In ogni caso la pulsazione ritmica è già codificata dalla natura e non potrà mai essere instabile o aleatoria. Persino la famosa asimmetria ritmica della musica contemporanea può diventare soltanto un forma grafica se il percussionista è in grado di leggere i segni della nuova semiografia musicale seguendo l’alternanza degli accenti forti e deboli.

Perché negli arrangiamenti moderni le parti scritte per le percussioni a suono indeterminato, e soprattutto per la batteria, spesso sono inascoltabili?

La notazione per le percussioni e per la batteria, dopo anni di sperimentazione, ha raggiunto una codificazione che può dirsi universalmente riconosciuta. Tutti ormai sanno, ad esempio, che la cassa si scrive sotto al pentagramma e il tamburo nel terzo spazio. Alcuni compositori, però, preferiscono scrivere solo delle guide, ignorando la notazione convenzionale. In tal modo, essi lasciano all’inventiva dell’esecutore il compito di riempire i vuoti con lanci e piccoli break. Ecco perché leggendo solo le guide scritte alcune parti di percussioni e batteria risultano stucchevoli o insignificanti. Il grande Nino Rota, per completare la formazione musicale, esortava strumentisti, cantanti e compositori a frequentare la classe di strumenti a percussione. Tutti i compositori, oltre a imparare come si mettono le arcate, dovrebbero conoscere la scrittura propria degli strumenti a percussione per non complicare la vita ai percussionisti.

Quali devono essere le qualità fondamentali di un buon percussionista? Variano con il tipo di percussione suonata, o con il tipo di musica, o sono valide sempre e comunque?

Ho sempre sostenuto che il musicista viene prima dello strumentista, per cui le qualità fondamentali di un percussionista, a mio avviso, consistono soprattutto nell’attitudine alla musica e nello spiccato senso del ritmo (inteso come fatto autonomo e istintivo, cioè non dipendente dalla lettura delle figure di valore). I primi uomini hanno fatto musica a percussione senza conoscere alcuna notazione musicale e, ancora oggi, gli aborigeni di alcune tribù dell’Amazzonia suonano, danzano e cantano senza seguire le figure di valore. Queste qualità servono per qualsiasi tipo di musica e sono valide sempre e in ogni situazione musicale. Un mio vecchio allievo, scherzando su questa mia convinzione, diceva ad un collega non molto dotato: “Di che ti lamenti? Tu hai il ritmo nel sangue...peccato che sei anemico.”

Lei scrive che " La vera musica non è quella che suoniamo e sentiamo noi, ma quella che giunge all’orecchio di chi ascolta. " Com'è possibile riuscire a percepire quello che giunge alle orecchie del pubblico ? e come capire il grado di apprezzamento dello stesso ?

Il suono viaggia nell’aria e attraverso l’aria giunge alle orecchie di chi ascolta. Questo significa che almeno due, delle tre qualità fondamentali del suono, possono subire notevoli cambiamenti. In primo luogo l’intensità (un forte alla fonte può diventare mezzo forte all’arrivo); in secondo luogo l’altezza (una nota intonata in partenza può essere calante all’arrivo). Se a ciò aggiungiamo il ritmo con una leggerissima sfasatura alla fonte, il risultato a distanza sarà di un vero disastro. Personalmente, durante le prove, ho l’abitudine di ascoltare l’esecuzione da varie distanze e angolazioni, in modo da correggere eventuali defaillances. Tutto questo però non è sufficiente perché bisognerebbe provare quando la sala è piena e non quando è vuota. In ogni caso, un ritmo ferreo e senza sbavature, un’intonazione brillante (non per niente il corista delle orchestre moderne è salito a 442 Hz) e la giusta intensità, garantiscono una buona esecuzione al chiuso e all’aperto.

Come clarinettista, nel mio approccio alle percussioni la difficoltà sta principalmente nel fatto che risulta difficile leggere la "nota" solo come un simbolo; riesco a leggere in verticale e a coordinare bene i movimenti, ma leggo le note non come corrispondenti agli strumenti ma con un nome (la " nota " relativa al ride, nella mia testa è un fa; la nota relativa alla cassa, per me è un re..e via dicendo ). Nel momento in cui tento di non pensare ai nome delle "note", puff...perdo il ritmo... Esiste un parallelo per il percussionista nel momento in cui si approccia ad altri strumenti? Eventualmente, quali soluzioni proporrebbe ?

Quando ho iniziato a studiare musica non esistevano scuole pubbliche per le percussioni. Perciò, mentre apprendevo le percussioni in famiglia, mi sono diplomato in tromba. Non ricordo di avere avuto problemi passando dalla tromba alle percussioni e viceversa. Il segreto sta nell’abituarsi a considerare e a leggere le percussioni (piatti, cassa, tamburi, ecc.) in base alla loro altezza e non in base alla nota corrispondente. Mi spiego meglio con un esempio: se devo suonare un brano con tre piatti o tre tom-tom (scritti rispettivamente sotto al pentagramma, al terzo spazio e sopra al pentagramma) io non leggo in chiave di basso o di violino, ma leggo semplicemente “grave”, “medio” e “acuto”. Leggere le note, comunque, è utile quando gli strumenti sono molti e io stesso se, ad esempio, dovessi suonare un brano per cinque tamburi leggerei le note come se fossero cinque timpani. In ogni modo, il problema da Lei posto si risolve con l’esercizio. Prenda delle composizioni per set di percussioni e legga i simboli in base alle loro altezze sonore e in meno di quindici giorni, dedicando anche una sola ora al giorno, potrà leggere tutta la simbologia delle percussioni usata nei vari generi musicali.

© ChereKhan e BandestrumentiForum



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